L’ingegnere socievole

November 18th, 2008

Una Ragazza-Biologa si lamenta del metodo di studio del Futuro Forse Ingegnere.

Ella sostiene che il Futuro Forse Ingegnere sia incapace di studiare in un’aula studio assorto nel proprio silenzio: il Futuro Forse Ingegnere prova infatti l’impulso irrefrenabile di informare a voce alta il suo vicino di gomito su ogni singola formula appena letta e di confrontare le idee su cosa la formula in esame possa voler significare. Anche se il vicino di gomito è un perfetto sconosciuto, anche se appartiene ad un’altra facoltà (un vicino di gomito femminile incrementa il tasso di probabilità dell’essere interpellati, magari per un caffè).

Essendo io appieno consapevole che lo spirito di condivisione di Cervello* del Forse Futuro Ingegnere è l’unica Via per uscire dal Girone Infernale (a.k.a. Facoltà di Ingegneria), comprendo le ragioni della Ragazza-Biologa e - al contempo - mi domando quale metodo di studio avrei adottato se mi fossi iscritta ad un’altra facoltà.

* Aiutiamoci tra noi, altrimenti è la fine!

dove mi metto per studiare?

November 12th, 2008

La sessione di esami si avvicina.

(Possiamo chiamare ”sessione” una “sessione” della durata di UNA settimana? Non sarebbe più appropriato ribattezzarla eXtraDense-Session?)

Quando la XD-S si avvicina, il Futuro Ingegnere Medio (FIM) cerca di sfruttare anche i cambi dell’ora per approfondire le sue Conoscenze (C), non per divertimento, giacché il FIM disconosce questa parola, piuttosto spinto dalla costante follia che si impossessa del suo Elevatissimo Spirito di Sacrificio (ESS) in prossimità del Pericolo Supremo (PS) == Incontri del Terzo Tipo con il Professore Kattivo (ITTPK, aka ESAME ORALE CON SILVELLO).

Nella mia facoltà universitaria esistono due minuscoli anfratti: un’aula studio al primo piano, senza porte, ed una al secondo piano, denominata “l’acquario”, con le porte. Al pianterreno coloratissimi tavoloni rotondi intelligentemente situati nel corridoio davanti le porte di ingresso: sedersi lì equivale ad esporsi alle intemperie e ad un estenuante sottofondo “caciara”. Il luogo più bizzarro dove puoi studiare (se trovi posto!) è l’aula - anch’essa SENZA PORTE - collegata direttamente al bar. Oppure puoi studiare nel bar stesso (se il tintinnìo selvaggio tipico di tazzine e cucchiaini sbattuti con l’evidente intento dei poveri FIM di scaricare un po’ di stress non ti disturba).

Insomma si studia bene solo se si è completamente sordi (il FIM si attezza con auricolari per sopprimere il mormorio esterno, non pensate che il FIM stia ascoltando musica inutile, il FIM si sta autosomministrando una dose di lezioni registrate) e dotati di un sistema di isolamento termico (spesso il FIM vive l’intera giornata avvolto nel suo giacchetto) ed odorifero (il FIM che si è calato troppo nella parte si è scordato di lavarsi. Evitate dunque di gioire se trovate un posto libero vicino ad un altro FIM. Sospettate gente, sospettate sempre prima di chiedere “è libero qui?”).

Riuscireste voi a concentrarvi con un persistente profumino di cornetto appena sfornato che sale su per il cervello? Io no, riesco solo a pensare mmmm cornetto…. awww… cornetto…. che delizioso profumo di cornetto…. voglio un cornetto… ok basta.

Siccome siamo futuri ingegneri - e mica BauBauMicioMicio! (BBMM!) - ci ingegniamo: nascono così le soluzioni più estrose per appostarsi in un angolino e studiare in santa pace. Nei corridoi del primo e del secondo piano qualcuno ha sottratto due banchi dalle aule di disegno (uno pensa che lì dentro non ci sia mai lezione in quanto tutti chiacchierano amorevolmente, invece… stanno ritagliando ed incollando pezzettini di polistorolo, o roba del genere…) e li ha messi in mezzo ai piedi, così ora abbiamo 4 postazioni in più.

La situazione è tragica, non si trova un posticino già dalle 8:30 di mattina.

Così l’altro giorno ho incontrato un Genio (un Genio!!!). L’ho notato immediatamente già nel parcheggio: il FIM estaeva dal cofano della propria automobile un Tavolino da Giardino Pieghevole (TGP). Un Genio. Un Genio. Si appropinquava faticosamente verso l’Ostile Edificio Prefabbricato (OEP) scortando possessivamente il suo TGP.

Il TGP! Ma come siamo ridotti…

Sogni vividi

November 5th, 2008

Da un po’ di tempo a questa parte la notte dormo. Ma dormo senza riposare. Sogno qualcosa che mi sembra vero, mi sveglio e sono completamente fuori di me!! Ci metto un po’ a capire che stavo solo sognando…

efexor venlafaxina

Prendiamo stanotte: ho sognato che ero sveglia, che era inutile stare a letto. Così ho fatto colazione, sono salita in macchina e sono andata all’università, solo che era tutto buio. Mia mamma è venuta nel parcheggio dell’uni a dirmi che non si va in giro a quell’ora di notte e mi ha riportata a casa. Poi - sempre nel sogno - erano le 8 meno un quarto e la sveglia non aveva trillato, così mamma mi stava sgridando di star facendo tardi! Pensavo “possibile che non abbia suonato nemmeno una delle mie due sveglie?” (già, io uso la sveglia di ridondanza, non si sa mai. E nei miei sogni, io faccio ragionamenti più o meno coerenti), Così mi alzo e mi accorgo che nella mia vetrinetta c’è un cucciolo di cane e lo devo portare giù a fare la passeggiata mattutina, anche se è tardissimo. Qui mi sveglio sul serio, accendo la luce e mi metto a sedere sul letto indecisa sul da farsi, dato che non riuscivo a ricordarmi cosa stavo facendo. Prendo il cellulare per vedere che ore sono (dormo con il cell spento!), decido che è troppo poco probabile che non abbia suonato nessuna delle due sveglie e quindi è ancora notte e mi rimetto giù.

A meditare.

Poi mi sono riaddormentata e ho fatto un altro sogno, sempre un sogno vivido, però senza nessun senso quindi ve lo risparmio.

Stamattina STRANAMENTE non accusavo alcun dolore alla testa, ma ero talmente stanca che mi sono addormentata in macchina (per fortuna non ero io alla guida!).

Barbara & Stephanie Keating “il sogno strappato”

October 26th, 2008

Stava correndo da più di due ore, il fiato entrava e usciva, in respiri affannosi e irregolari. Il suo corpo era madido di sudore: colava a rivoli lungo il torso unto di grasso, si diramava tra le incrostazioni di sangue secco, insinuandosi sotto le perline degli ornamenti da polso e braccio, le cavigliere di rame e il perizoma di pelle che era tutto il suo abbigliamento. La selva attorno a lui frusciava di creature a caccia di cibo. La notte africana risuonava del cupo richiamo di un leone alla ricerca della compagna e degli schiamazzi striduli di una iena nella pianura alle sue spalle. In lontananza c’era il frastuono dei bufali che si muovevano in branco tra i pascoli e il corso sinuoso del fiume. Il guerriero non udiva niente di tutto questo. Sentiva soltanto il proprio respiro - la sega e il raschio, dentro e fuori - e le grida che ancora gli echeggiavano nella testa.

Ci sarebbe dovuta essere una sola persona sul luogo dell’uccisione, un solo uomo a gridare, a supplicare, a implorare pietà. Ma lui era rimasto in silenzio fino all’ultimo. Gli occhi avevano parlato dichiarando il suo disprezzo per il carnefice, finché il guerriero non aveva pià potuto sopportarne l’accusa e il suo coltello insanguinato aveva eseguito la condanna. Non si era aspettato così tanto sangue, né che l’odore dolce e maturo gli persistesse per tutto quel tempo nelle narici. Il suo corpo sembrava lasciarsene dietro la scia mentre correva. Ogni predatore nella boscaglia doveva essere in grado di fiutarlo. Come la iena. Era venuta per il sangue, balzellando ingobbita e strisciando tra la vegetazione con il suo ispido pelo macchiettato. Attirata dall’odore della morte, dalla promessa di carne da dilaniare, di ossa da spolpare.

Avrebbe dovuto lasciare che la iena uccidesse la donna, apparsa inaspettatamente. Era disarmata, gli occhi sbarrati dall’intuizione. In quella frazione di secondo la iena era scattata all’attacco. Il guerriero aveva scagliato la lancia, l’aveva vista colpire il bersaglio, aveva guardato la creatura cadere riversa sul fianco. Poi anche la donna si era accasciata a terra, e quando erano iniziati gli strilli lui sapeva che cosa aveva visto. Poteva vederlo anche lui, non importava da che parte voltasse la testa. Il corpo dell’uomo era picchettato al suolo, le braccia e le gambe divaricate, i genitali amputati e infilati nella muta smorfia di agonia della sua bocca, il ventre squarciato così che i suoi visceri ne fuoriuscivano rovesciandosi sul terreno, le orbite vuote rivolte nell’oscurità verso la luna. Il guerriero aveva ancora quella visione davanti agli occhi, ancora aveva le grida nelle orecchie due ore dopo essere fuggito dal luogo del sacrificio. Aveva lasciato la lancia conficcata nel collo della iena ed era sgusciato nella boscaglia circostante, coprendo i segni del proprio passaggio alla maniera della sua gente, cosciente che i battitori sarebbero stati presto alla sua ricerca, setacciando tutta l’area attorno al crinale per trovare segni della direzione che aveva preso.

In quei primi momenti era stato in preda a un’euforia selvaggia, si era sentito invincibile. Aveva portato a termine la sua missione, onorato il giuramento. Poteva sentire la forza del bhang che aveva preso prima del rituale scorrere ancora attraverso il suo corpo, facendogli balenare davanti agli occhi scene di colore e mistero. Era al di là del dolore mentre aspirava l’aria nel condotto infuocato della gola. Gli colmava il petto di ossigeno rovente, per poi uscire sibilando tra i denti in spruzzi di saliva schiumosa. I tonfi del suo cuore smorzavano i suoni che si lasciava appresso, rendendoli un confuso brusio alla periferia della coscienza. Giunse a una zona densa di arbusti e rovi, e corse rasentandone i margini, deviando dopo qualche minuto per arrampicarsi su una sporgenza di roccia dove le sue impronte sarebbero andate perdute a chiunque lo inseguisse. Poi tornò lentamente sui suoi passi, ripassando con cura sulle proprie orme finché arrivò a un’altra sezione della macchia. Si acquattò e scivolò nella sterpaglia, incurante delle spine che gli laceravano la pelle. La droga gli dava una visione alterata, come se stesse guardando una scena distante da una grande altezza, e poteva vedere se stesso muoversi sotto gli arbusti, zigzagando come un serpente, finché emerse dall’altra parte del fitto sottobosco. Il sangue sgorgava dalle ferite inferte dai rovi, si mescolava al sangue della sua vittima che già gli imbrattava il corpo. Non si curò di asciugarlo.

Aveva dato la sua prova di valore, ucciso il nemico. Il grande dio Kirinyaga sarebbe stato placato. Gli spiriti degli antenati si sarebbero acquietati; lo spirito di suo padre avrebbe trovato requie. Si rialzò in piedi e si tuffò nella foresta, svanendo nell’intrico di vegetazione, evitando le piste degli animali, finché raggiunse una radura distante dal crinale. Là si fermò, certo di avere dissimulato a sufficienza le tracce. Le mani gli tremavano mentre liberava un piccolo sacchetto di pelle dal laccio di cuoio che portava intorno alla vita; si versò sul palmo della mano un po’ della polvere scura che conteneva e la inalò profondamente con entrambe le narici. Un’altra violenta scarica di adrenalina diede al suo corpo una frustata di forza e potenza che gli scosse le membra. Riprese a correre a lunghi balzi attraverso la notte e fuori dalla foresta, lungo il margine della pianura, diretto all’altro luogo sacro. Fece ancora due soste per aspirare nuova energia dal sacchetto, ma la polvere era finita. Gli restava ancora una grande distanza da coprire per raggiungere la destinazione.

Le grida avevano ripreso a esplodergli nella testa, e lampi di ricordi gli confondevano la vista, facendolo incespicare sulle asperità del terreno. L’odore del sangue dell’uomo ucciso gli invadeva i polmoni, e aveva la sensazione di inalare la morte della sua vittima a ogni respiro. Ora cominciava a scorgere delle forme nelle ombre circostanti. Iene. Correvano dietro di lui, seguivano la sua pista. Gli sembrava di poterle persino fiutare, ma forse era l’odore dell’animale che aveva trafitto con la lancia, o quello del sangue della vittima sacrificale irrancidito dal calore del suo corpo. Per un momento pensò di avere visto un fuoco guizzare poco più avanti. Nella sua immaginazione, delle figure si muovevano nella luce rossastra; e le narici si saturarono del tanfo di carne bruciata. Cambiò bruscamente direzione: non voleva vedere chi aveva acceso il fuoco, o che cosa vi ardeva. L’immaginazione svanì.

L’oscurità cominciava a dissiparsi e nel limbo tra la notte e l’alba, quando tutto è grigio e nebuloso, non era più sicuro di che cosa fosse reale. Temeva di essere inavvertitamente sconfinato nel mondo degli spiriti e non riuscire più a trovare la strada per tornare. Non avrebbe dovuto uccidere la iena. Era venuta per divorare lo spirito dell’uomo, e lui le aveva impedito di svolgere il suo compito. Ora la iena e l’uomo morto vagavano sul sentiero degli spiriti, cercandolo. Potevano fiutare il sangue su di lui. Ebbe un soprassalto di panico e cercò di correre più veloce. Un ramo gli sferzò la faccia, gli cadde il copricapo, ma non si fermò a raccoglierlo. Orami era un vero guerriero, che portasse o no l’ornamento di piume e perline.

Poté udire un nuovo urlo sovrapposto al primo, e seppe che scaturiva dalle sue stesse labbra quando vide di nuovo il fuoco. Stavolta era proprio davanti a lui. Stavolta era reale. C’era un uomo in piedi, lì accanto, brandiva il panga col quale stava scuoiando un’antilope. Il guerriero scorse la lama scintillare nel bagliore delle fiamme. Si fermò, ansimante. Nessuno doveva vederlo né sapere che era passato di lì. L’uomo aveva fatto un passo indietro, lo guardava allarmato. Un cacciatore. Aveva spaccato della legna e acceso un fuoco per proteggersi dagli animali selvaggi, ma ora si trovava di fronte un nemico ben più pericoloso. Una corta lancia era impiantata nel terreno. Terrorizzato, si chinò ad afferrarla, e nello stesso istante il guerriero gli si slanciò contro, digrignando i denti, vibrando il colpo per primo col suo pugnale.

In lontananza il branco di iene guaì e sghignazzò, passandosi la notizia. Sangue. Presto ci sarebbe stato di che banchettare. La prima luce si stava spargendo sul paesaggio quando si fecero avanti: l’aria si colmò del suono di ringhi e zuffe per la posizione migliore, schiocchi di mandibole e scricchiolii di ossa, mentre affondavano il muso nella carcassa fresca.

Sigtuna

October 22nd, 2008

C’è questo posto, Sigtuna.

sigtuna 

Ci sono stata un inverno oltre dieci anni fa, ma lo ricordo bene: è un piccolo sogno di neve. Le slitte (quelle fatte di legno!) per strada, il lago tutto ghiacciato. Un paio di noiosissimi musei di quadri. Quando ero piccola l’arte non mi piaceva, ricordo lunghissimi sbadigli. In questo non sono cambiata. Ricordo la visita dei reperti preistorici, quella sì che era interessante! Ma l’immagine che ho più vivida è di me e Simona a correre sul lago ghiacciato, nei nostri stabili doposci. E poi Giuseppe che voleva giocare a fare il giovincello facendo finta di pattinare, ma non aveva i doposci, ed è caduto dando una botta paurosa col fondoschiena. E io e Simona che ridevamo come pazze, sua moglie con la neve tra i capelli ricci che un po’ rideva e un po’ gli chiedeva se doveva andarlo ad aiutare, mio papà che lo prendeva in giro e mamma che, al sicuro sulla riva, si preoccupava che il ghiaccio non si incrinasse. “Mamma, ma c’è uno spessore di un metro di ghiaccio vicino alla riva! dai ma’, vieni anche tu!”. No, mia mamma ha sempre diffidato delle superfici che esistono solo d’inverno. Ha inziato a diffidare quel giorno che io avevo un anno ed ero stata ficcata a forza nella carrozzina e papà ci ha portate a fare una passeggiata (nel mio caso, una scarrozzata) sulla neve, rivelandole ad un certo punto che si trovavano esattamente nel centro del lago.

I bambini del posto indossano tute con i rampini, nel caso il ghiaccio decida all’improvviso di cedere per davvero.

sigtuna

Fa freddino da quelle parti. Però è bellissimo. Che sorpresa quando il negoziante di pietre si è rivolto a me in italiano!! Mi ha raccontato che l’Italia lo affascinava, così ha studiato la lingua. Mi ha regalato una pietra blu, una pietra pescata dal fondo del lago. Ce l’ho ancora, non so dove… Poi ho comprato due pietre: bergkristall e blyglans/silver (piccola geologa cresce, cambia idea e va a studiare ingegneria!). Le ho qui davanti a me, ora. Un pezzettino di Sigtuna sono riuscita a portarlo a casa.

sigtuna

E oggi sono potuta tornarci, almeno con il pensiero, grazie a Google Earth.

Lunedì: dopo il weekend ritornano.

October 20th, 2008

L’unica missione che hai è stare in piedi… (seeeee sembra facile!!)

Ho la testa leggera, sembra che non basti lo spazio. Si espande in pulsazioni aritmiche. Sono stordita. Sono indecisa tra il ridere e il piangere. Tra l’allargare le braccia e correre ad abbracciare tutto il mondo oppure appallottolarmi e sforzarmi di diventare invisibile.

Il mio quaderno è volato giù dal banco, il mio vicino di gomito sembra preoccupato. Gli chiedo scusa e ripesco il quadernetto dal pavimento. C’è tanto spazio, eppure mi sembra di avere a disposizione solo un misero angoletto per prendere appunti.

Appunti.

fibre

Ma che sta spiegando il professore? Cosa intende precisamente con l’espressione “c’è il rischio che il bullone non bulloni“?

io c’ho un atomo che vive per cavoli suoi, ad un certo punto arriva uno, bussa alla porta e dice “che interagiamo?” e lui fa “sì, famo ’sta bella accoppiata” gli da energia e quindi lo assorbe

il fotone sparisce.. perché? perché l’erbio se lo succhia!

l’aleatorietà non significa IL CASINO!

adesso andiamo ad indagare una cosa che vi sta sempre di traverso, che però, credetemi, è il modo più semplice per spiegare una cosa complicata. Perché vi sta di traverso? perché quando voi vedete 4 righe di formule, che poi in realtà sono al limite del banale, entrate in risonanza. Entrate in risonanza ad alta frequenza e fare di voi un filtro passabasso non è facile, nel senso togliervi la risonanza. Che vor dì? (se non lo sai te…)

Ne volete altre? Magari partorite da un altro prof? Ecco qua: “il satellite è volato in cielo(pace all’anima sua?)

La migliore rimane “bucio di… fortuna!

scambio di idee

October 9th, 2008

Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le
scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela per uno. Ma se tu hai
unidea, ed io ho unidea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due
idee».”

Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le
scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela per uno. Ma se tu hai
unidea, ed io ho unidea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due
idee».”

Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu e io abbiamo sempre una mela per uno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee.

George Bernand Shaw

Ricetta

October 9th, 2008

prendere il niobato di litio, aggiungerci una fetta di titanio e cuocere in forno per 8 ore.

il prof dichiara: “è un dolce lungo”.

gli studenti si lasciano prendere dal panico. gli occhiali della povera studentessa in seconda fila si prestano come esempio.

96 anni

September 29th, 2008

Ho sognato che avevo 96 anni. Sapevo di averne proprio 96 perché mi facevano male i piedi, dato il tacco 12 (cm) che stavo indossando. Perché, le vostre bisnonne non hanno iniziato a calzare tacchi 12 alla tenera età di 96 anni? Mi sembra ovvio, no? 

Data la vetusta età, le mie esperienze di vita mi hanno dirottata verso l’unico e solo lavoro che una donna di un certo livello desidera: essere adulata da uno stuolo di aitanti giovincelli e sgambettanti segretarie schiavizzate ai miei ordini. Ah, cavolo, questi sì che sono i miei VERI obiettivi di vita… menomale che l’ho sognato, altrimenti non ci sarei mai arrivata razionalmente.

Possiedo una rivista di moda. Questa poi…

Il mio aspetto è quello di una ragazza: capelli lunghi movimentati da morbide onde castane, viso reduce da mille milioni interventi chirurgici (lifting prenotati con cadenza settimanale, blefaroplastica bimestrale, e tutte quelle cose lì, a cui una donna non può rinunciare. Non può rinunciare se ha 96 anni). Le mie prosperose “gemelle” sbucano con prepotenza dalla profonda scollatura del sottogiacca O_o attenti alla porno-nonnetta!!

Sfoggio con soave leggerezza un tailleur nero attillatissimo, di quelli da VERA donna in carriera. So che tutto quello che porto, dagli abiti, alle scarpe, al make up è costato fior fior di quattrini Ok, le mie priorità sono confuse, lo ammetto.

Sono momentaneamente impegnata nella selezione dei prossimi fotomodelli per presentare la mia collezione autunno/inverno di abiti d’alta moda. Non mi va bene nessuno. La mia insoddisfazione perenne doveva mostrarsi prima o poi.

Sto sbraitando ordini a destra e a manca, sono circondata da ragazzini e ragazzine incapaci. Sogno isterico wow!

Sbuffo e vado all’università. Ma cavolo, se ho 96 anni dovrò pur aver smesso di frequentare quel postaccio!!

Trovo finalmente una ragazza adatta al servizio, le dico cosa deve fare e le passo una bustona con i vestiti per le foto. Torno nel mio studio e decido che non è che io sia poi così vecchia. Già già, questa non se la beve nessuno. Non me la sono bevuta nemmeno io, protagonista indiscussa del sogno.

Fine.

Dormi dormi (se se)

September 23rd, 2008

Dormivo.

La mattina, prima della suono della sveglia, mi alzo. Solitamente mi do un’occhiata per controllare di avere ancora una testa, due gambe e due braccia. Mi pare il minimo da quando ho scoperto che gli alieni ti rapiscono mentre dormi beato e ti lasciano sul corpo segni di “escavazione a cucchiaio”.

Insomma se ti hanno rapito puoi scoprirlo notando sul pavimento foglie secche pur non abitando nei pressi di un bosco. Puoi essere rapito mentre guidi la tua macchina, ecco perché quel giorno sei arrivato tardi a lezione senza saperti spiegare bene il perché. E ti hanno rapito anche se la mattina ti svegli e hai la maglia del pigiama indossata al rovescio, perché gli alieni a volte - nella fretta di stenderti sul tavolo d’acciaio per studiarti - compiono piccoli errori di osservazione e poi ti riportano nel tuo letto trascurando preziosi dettagli della loro intrusione nella tua vita. Oh sì. E se ti rapiscono una volta, puoi star certo che torneranno.

Ora, ieri mattina nella solita routine di controllo ecco che mi accorgo di avere indosso la maglia del pigiama al contrario. Non solo, è anche al rovescio. Ad alieni così distratti dovrebbe essere tolta la licenza di rapimento.

Chi è questo Vescovo?

September 20th, 2008

Io e i miei amici siamo in un’altra epoca. Viviamo in un posto governato da un re e tutto procede con fatica, ma procede. Un giorno scoppia una guerra tra re e vescovo e il vescovo con tutti i suoi seguaci stanno massacrando l’esercito reale.

Io e i miei amici ci arrampichiamo sulle mura del feudo e spariamo palle di cannone sui cattivi. Cerchiamo di difendere il nostro re.

Il regno crolla nelle mani del vescovo, con tanto di bastone ricurvo e cappello a punta. Lo spazioso castello viene abbattuto e al suo posto è innalzato un maestoso ma tetro edificio irto di pinnacoli.

Il mio gruppo è intento a boicottare i nuovi regnanti. Vaghiamo per i corridoi del nuovo centro del potere e cerchiamo di colpirne il cuore pulsante.

Tra assassinii, imboscate alle guardie e sotterfugi, giungiamo infine nella sala che custodisce tutti i segreti del potere. Nel pavimento di pietra è incastonata una grande sfera, affondata per metà. Noi sappiamo che quello è il posto giusto per porre fine alle inguistizie e ci diamo da fare per compiere il nostro destino.

Saltiamo tutti insieme sulla cupola finché essa non crolla, rivelando un immenso corridoio buio. Ci caliamo nel corridoio e ci ingegniamo per riposizionare la mezza sfera - ormai rotta - nel punto originario. Riusciamo ad issarla su per il tunnel (che sembra il buco dove è caduta Alice nel paese delle meraviglie) e la fissiamo ai bordi con i pomodori.

Siamo in ascolto. Dall’alto ci giunge il frastuono del vescovo e dei suoi seguaci che ci cercano dappertutto, che temono la nostra fuga. Noi, là sotto, siamo terrorizzati al pensiero di poter essere scoperti.

Il vescovo ordina ai suoi di sigillare il passaggio al di sotto della sfera con catrame bollente. Per fortuna la sfera rotta non cede al peso del catrame, i nostri pomodori riescono a reggere tutto il peso.

Intrappolati nel tunnel, tentiamo di escogitare qualcosa per cavarci d’impaccio. Poiché è tutto completamente buio, io tiro fuori le mie candele, le distribuisco al gruppo e ci avventuriamo lungo le umide pareti del sottosuolo.

Ad un certo punto arriviamo ad una bancarella che vende quaderni e io e Marco facciamo spese. Marco cerca i quadernini con la spirale, io non riesco a trovarne e litigo con il cartolaio. Lo minaccio di dar fuoco a tutta la sua merce e lui mi regala tutti i quadernini scelti da Marco. Poi scompare.

Armati di candele, sacchetto di quadernini e buona volontà, proseguiamo nel nostro percorso.

Ci arrampichiamo su per ripide salite, spostiamo massi, cerchiamo appigli, cancelliamo le tracce. Giungiamo ai piedi di una cascata che sgorga dal soffitto e si immerge nel pavimento. Pensiamo di attraversarla ma dietro la massa d’acqua c’è solo roccia.

Ci sentiamo in trappola. Non abbiamo niente da mangiare (i pomodori li abbiamo già usati), non avremo luce per molto (le candele si consumano) e non c’è via di uscita.

Ad un certo punto arriva Giulio (nota: nel mondo reale è mio compagno di università) con in mano il compito di Reti Mobili e Multimediali. Gli domando dove lo abbia preso. Mi risponde che basta spostare un certo masso e si arriva all’Eur.

Lo seguiamo al di là del masso e ci ritroviamo ai piedi della fermata dell’autobus di Eur Palasport. Qui non ci sono vescovi, nè cannonieri o arcieri. C’è solo tanto traffico.

Io e Marco prendiamo la sacca contenente la tenda da campeggio e ci avventuriamo per la città. Anche qui ci inseguono, è il tizio dei quadernini.

Scappiamo per i campi e viviamo in tenda, un giorno qua e un giorno là. Copia del compito di Reti Mobili e Multimediali alla mano e tanta voglia di divertirci.

Fine.

Chi vuole provare ad interpretare il mio sogno? Marco ha abbozzato delle ipotesi, spero che le scriva nei commenti per renderle pubbliche. Dal canto mio, non mi sono mai divertita tanto durante la notte :-)

Su con la vita!

September 15th, 2008

Stando ai nuovi orari universitari, il lunedì ho lezione dalle 9.30 alle 11.00 e poi dalle 16.00 alle 17.45.

Per qualunque necessità, un panetto da due chili di cocaina è riposto sotto il vostro sedile.

Vi ucciderò tutte!

September 12th, 2008

Zzz, bzzz.

La sento ma non la vedo. Mi immobilizzo e cerco di concentrarmi (c’è poco da contare sulle mie capacità visive).

Zzz, bzzz.

Si appoggia sulla mia spalla. La sento che succhia. Succhia pure, schfosissimo essere volante. Con una manata la spiaccico. Ho una strisciata nera e rossa sul braccio e il cadavere tra le dita. Quelle orribili zampette zebrate, che odio!

Ti chiamano zanzara tigre, io dico che sei zebrata. Tu, inutile succhiasangue.

Una battaglia è vinta ma gli avversari si moltiplicano.

Vado in salotto e vengo assalita da un nugolo di insettoidi-vampiri. NOOOO! Devo difendermi. Mi volano davanti agli occhi ma poi scompaiono alla vista. CAVOLO! Io non mi arrenderò, giammai! Una sulla gamba: SPLAT. Un’altra sull’avambraccio: SPLAT. Una sulle dispense dell’uni (no, questa la spiattello dopo). E così via.

La notte provo a dormire. Zzz bzzz. Maledette. Escogito una difensiva. Apro la porta della mia camera, accendo la luce in corridoio e attendo. Le vedo uscire. Mi alzo in tutta fretta, spengo la luce in corridoio e chiudo la porta della cameretta: per stanotte son salva. Morirò dal caldo ma non sarò punta. (E infatti fa caldissimo).

Purtroppo sorge il sole. Sto studiando. Zzz bzzz. Mi punge sulla coscia, dito indice della mano sinistra e dito mignolo della mano destra. Poi mi punge sul naso, oggi che ho un esame. E’ troppo: sul naso no. Mi avvento sulle sue strisce bianconere mentre è posata sulla mia spalla sinistra (ancora? già).

E’ gonfia del mio preziosissimo sangue. Calo su di lei la mia mano assetata di vendetta. Finalmente è morta. Trionfante, mostro al resto della famiglia le mie ferite di guerra.

Le ucciderò tutte, oh sì. Anche se mi fanno terribilmente schifo.

L’inizio dell’Infinito

September 3rd, 2008

“[…] è affrontando le grandi prove che l’umanità può elevarsi alle grandi altezze. La forza che ci fa andare avanti nasce dal pericolo, dall’incertezza e dall’inquietudine. Te ne rendi conto? Ti rendi conto che, evitando le cadute e le miserie che affliggono l’uomo, l’Eternità gli impedisce di trovare le soluzioni più grandi, per difficili che siano? Le soluzioni si trovano affrontando le avversità, non evitandole […]”

Asimov - “La fine dell’eternità”

Denti

August 30th, 2008

Ieri sera si era al cinema per il carinissimo film “Kung fu panda”. Tra le varie locandine in mostra nei dintorni, ecco apparire quella del film “Denti”:

denti

Ricordando di aver letto da qualche parte, nei meandri del web, di un concorso relativo al fatto di fotografarsi nella stessa posa della locandina, ho illustrato il fattaccio ai miei amici.

Tutti curiosi. Ovviamente.

Eccovi accontentati, gustatevi la gallery :)

Raymond Queneau: esercizi di stile (#1 e #61)

August 26th, 2008

Notazioni

Sulla S, in un’ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro,collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino.Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appenavede un posto libero, vi si butta. Due ore piú tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare.È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in piú al soprabito». Gli fa vedere dove (alla sciancratura)e perché.

Ode

Sull’autobussolo

sull’autobissolo

l’auto dell’essele

l’auto-da-fé

che va da sé

perepepé,

a sussultoni

a balzelloni

dal capolinea

al linapiè,

un giorno calido

tepido ed umido

un tipo sucido

un tipo livido

collo da brivido

cappello in bilico

di prezzo modico,

ecco ristà.

Sul cappellicolo

di quel ridicolo

ci sta un nastricolo

tutto intrecciatolo

e quello impavido

col volto rorido

grida a un omuncolo

che col peduncolo

gli preme il ditolo

grosso del pié.

Quello s’intignola

volano sventole

chi insulta pencola

quindi si svicola

corre a una seggiola

vi posa il podice

quivi rannicchiasi,

se ne sta zitt.

Caso incredibile,

dall’automobile

di stesso titolo

al perpendicolo

del dì solar,

vedo il terricolo

di cui fantastico

in conciliabolo

con tipo subdolo

che intrattenendolo

su temi frivoli

gli mostra il bucolo

d’impermeabile

forse un po’ comico

dove un bottuncolo

dovrebbe íllico

esser spostatolo

un po’ piú in su. 

Cyrain

August 19th, 2008

“… Tutto questo, tutto il nostro piccolo universo… non è altro che un’isola di luce circondata da un’area molto più estesa di grigio e di mito che alla fine scema nel nero dell’ignoranza. E tutto questo solo in una piccola galassia, di cui non potremo mai conoscere le ultime propaggini, anche se vivessimo un miliardo di anni. Alla fine, malgrado tutti i nostri sforzi o strepiti, sarà la semplice misura delle cose a sconfiggerci. Ne sono sicura.

Ma io non mi arrendo facilmente. Questo è il mio orgoglio, il mio massimo e unico motivo di orgoglio; non è molto per affrontare l’oscurità, ma meglio che niente. Quando arriverà la fine, le andrò incontro con rabbia.”

Da “Il fiore di vetro” - George R. R. Martin

Universitari allo sbaraglio

July 17th, 2008

Domani ho un esame: scritto e orale (non so come faremo a finire tutto in un giorno, vedremo).

Sconfortata dal fatto di non riuscire a fare un discorso sensato, mi sono rifiugiata su Google. Cercavo una spiegazione comprensibile sugli amplificatori ottici.

Ho trovato di meglio: LINK

Sono ancora piegata in due dalle risate. Rido ancora di più pensando alla “prestigiosità” del polimi.

Tra il dire e il fare…

July 16th, 2008

*** Dopo un’intensa giornata di studio *** 

Marco: “Ti passo a prendere così ci mangiamo un gelato”.

Il gelato era buono.

Marco: “Ti va di fare una passeggiata?”.

Io: “Ok.” Che ingenua. Non appena scendo dalla macchina ecco che mi si stacca il cristallo Swarovski dalla collana. Svelta come un lemure addormentato, lo acchiappo al volo.

Marco: “Brava, almeno non è caduto per terra e non si è rotto. Dai, domani lo portiamo in negozio, dovrebbe essere in garanzia”.

Ho gli occhi grandi come due palle da bowling e mi sento improvvisamente molto triste. La mia collanina verde… Sob. 

*** Il giorno dopo *** 

Da Swarovski. 20 minuti di attesa. Mentre son là con il mio aspetto da 17enne squattrinata posso osservare un distinto signore che acquista due paia di orecchini costosi (bellissimi, sbavvv). La commessa inizia a impacchettare. L’uomo “no, mi servono due pacchettini separati”.

A) uno è per la moglie e l’altro pure. Uno per il compleanno e l’altro per Natale. Sempre meglio portarsi avanti;

B) uno è per la moglie e uno per la mamma di lui (quale moglie accetterebbe un regalo simile a quello della suocera?);

C) uno è per la moglie e uno è per l’amante;

D) sono entrambi per suo diletto personale.

Insomma la commessa si comporta secondo la modalità SPCP (Servo Prima Chi Paga). Dicevo, dopo 20 minuti riesco a guadagnarmi la sua attenzione.

Commessa: “Questa collana è stata acquistata in saldo”

Io: “?”

Commessa: “Se lei firma qua e qua la collana andrà in riparazione, però siccome il pezzo è fuori produzione non la riparano”

Io: “?”

Commessa: “Se mette una X qui, la mandiamo in riparazione, quelli non la riparano e la collana le torna indietro così com’è”

Io: “rotta? e che me ne faccio?”

Commessa: “Ha già provato ad incollarla da sola?”

Io: “No.”

Commessa: “Non è rotto, è solo scollato. Ha già provato ad incollarlo da sola?”

Io: “…”

Commessa: “Ha già provato ad incollare il cristallo alla collana?”

Io: “NO!.”

Commessa: “però il pezzo è fuori produzione”

Io: “!”

Commessa: “bla bla bla bla…”

Io: “RICAPITOLIAMO!!!!”

La commessa torna in sé. La collana parte alla volta del centro riparazioni. Spero che torni RIPARATA. Altrimenti non torna più: mi fanno un buono per comprare un’altra cosa. Ciò comporterebbe gli orecchini verde smeraldo soli nel loro magnifico colore.

*** Lo stesso giorno, prima ***

Io: “Oggi mi sento carica. Andiamo a fare il giro del lago!”.

La passeggiata nel bosco è chiusa. Ci sono anche i carabinieri e qualche masso caduto dall’alto.

Marco: “Vabè, prendiamo la panoramica”.

Strada chiusa.

*** L’indomani ***

Mamma: “Perché non vai a Frascati a prendere il bigliettino del ristorante Tal dei Tali, forse hanno cambiato numero dato che al telefono non risponde mai nessuno”.

Io: “ok”.

Arrivo a Frascati, non ricordo assolutamente dov’è che si trova il ristorante Tal dei Tali. Cammina cammina, ecco là l’insegna. Mi appropinquo: il ristorante non solo ha chiuso, vende anche il locale.

Ormai siamo lì, ne approfitto: “Andiamo alle bancarelle di FrascatiNotte!”.

Per il primo anno, le bancarelle non sono lì dove dovrebbero essere.

Marco: “Forse le hanno spostate in piazza”.

Arriviamo in piazza. Nemmeno l’ombra di un chioschetto.

Jex, sei proprio sicuro che io debba continuare a scrivere sul blog?

spam dappertutto & fagiolini

July 3rd, 2008

Il mio blog piace moltissimo agli spammer, pertanto scusate se mi “perdo” qualche commento “nonspam”.

Siccome questo è un post INUTILE, scriverò inutilità: AUTO-SPAM. Faccio da me. Dai, proviamo.

Tipo che devo finire un puzzle da circa 3 mesi. Buona parte dei miei vestiti non trova posto dentro l’armadio (non me lo spiego, la mattina non so mai cosa indossare eppure sono piena di roba, bho!). Due paia delle mie scarpe dormono nella bottega del calzolaio, chissà se si sono ambientate..

Ho voglia di abbronzarmi, un po’.

Vorrei finire di leggere un paio di libri entro la prossima era glaciale.

No, le zanzare non mi piacciono, nemmeno quest’estate.

Il mio vicino lato cucina ha acquistato una nuova piscina e mi domando perché non abbiamo socializzato di più quando eravamo piccoli: a quest’ora starei spaparanzata al fresco nel suo Villaggio Vacanze. Gratis.

Devo farmi venire voglia di trovare il lato “simpatico” delle persone. Se mi avanza tempo.

Anzi, se mi avanzasse del tempo starei di più con le persone a cui voglio già un sacco di bene, ma non ho tempo di dimostrarglielo.

Adesso che fa caldo, la mia vicina dal muro rosso è stressata e urla. Non può essere più stressata di me & mia sorella! Noi non urliamo, noi - quando siamo a casa - ne approfittiamo per recuperare le energie. Vai a capire Mrs Energizer.

Domani è venerdì. Cavolo, domani è ANCORA venerdì… ma cosa devo aspettare?

Poi è sabato, poi è domenica, poi è lunedì, eccetera.

Un altro vicino lato strada stamattina potava un pino marittimo. L’ha potato così bene, dovreste vedere. Stamattina il pino era lì, in piedi, ed era in grado di offrire ombra. Questa sera - del pino - è rimasta solo l’essenza. Un’essenza senza rami. Mi dispiace sempre quando guardo il paesaggio e trovo un “vuoto”, mi ricorda che prima c’era qualcosa: non so nemmeno se mi piaceva, solo che era lì. Poi *puff* e io mi giro a guardare il vuoto finché non passa un po’ di tempo e non ci faccio più caso.

Un farmacista tramutato in psicologo fa un test a tutti quanti: ovviamente su 16 persone io sono l’unica che ha come risultato “continua”. Sono una persona “continua”. Io sono “continua”.  (Eh? non mi piacciono i test. Non mi piacciono quelli di valutazione, ancora meno quelli psicologici).

Adesso siamo in luglio, poi viene agosto e settembre e tutti gli altri. E così via. Non è che posso essere così stanca tutte le sere. No.

Fagiolini magici in cambio di profumi. Equo.

Una doccia fredda alle 6.35 e si parte. Un’altra appena rientro e casa e si continua. E un’altra se mi va. Tanto è fredda. Tanto si asciuga.

Parcheggio sotto lo stesso albero tutte le mattine, tutte le sere ho un volantino sul lunotto posteriore dell’auto: prestiti, assicurazioni, prestiti, prestiti, 500 euro fac-simile (adesso so di che colore è la banconota da 500 euro), prestiti, assicurazioni. Meglio di un vetro spaccato, sicuramente. Però che noia.

La signora delle pulizie entra in aula, saluta ed esce. Niente di più (no, non pulisce, nemmeno per finta. La mia allergia fa furore ultimamente… grazie alle balle di polvere che rotolano per ogni dove. Grazie signora dalla tutina gialloblu, ti pagano pure).

C’è il sole. Sì, c’è il sole. Lo vedo che c’è. Lo vedo dalla finestra.